Dipendenza da Internet: storia di una diagnosi

Il disturbo più commentato degli anni 2000 è nato da uno scherzo pubblicato su un forum di psichiatri nel 1996. Ciò che questa storia insegna vale più della diagnosi stessa.

Illustration : Dépendance à Internet : histoire d'un diagnostic

1996: uno scherzo tra psichiatri

Nel luglio 1996, su un forum dedicato alla psicologia di Internet e frequentato da psichiatri americani, un medico pubblica una proposta di «gruppo di sostegno per i dipendenti da Internet», accompagnata da una griglia diagnostica ricalcata sul manuale di riferimento americano. L’indirizzo della pagina conteneva la parola humor. Era una burla, e il suo autore lo ha detto in seguito.

La griglia era divertente per chi sapeva leggerla. Descriveva una sindrome d’astinenza comprendente «agitazione psicomotoria», ansia, pensieri ossessivi — e «movimenti volontari o involontari di tamburellamento delle dita», come se la persona privata di Internet continuasse a digitare nel vuoto. Per il resto, bastava sostituire «gioco d’azzardo patologico» con «Internet» nella classificazione esistente: la parodia stava tutta in quel copia-incolla.

Il forum era molto letto. Alcuni lettori presero la griglia sul serio. Il concetto si diffuse in pochi mesi su Internet e poi nella stampa, senza che nessuna ricerca lo avesse stabilito.

La ripresa, e il conflitto d’interessi

Una psicologa americana ne trasse l’anno seguente un questionario in dieci item, presentato a un congresso professionale. Gli item riprendono punto per punto quelli della burla: preoccupazione permanente, bisogno di aumentare il tempo trascorso, incapacità di controllarsi, irritabilità alla disconnessione, menzogne alle persone vicine, rischio per il lavoro o gli studi. Quattro risposte positive bastavano a classificare una persona come dipendente.

Tre debolezze, raramente ricordate all’epoca, saltano agli occhi oggi:

Ciò che l’indagine mostrava comunque

Un risultato di quel primo studio ha resistito bene al tempo: non era «Internet» a creare problemi, ma certi usi. Una piccola minoranza dei rispondenti diceva semplicemente di «navigare»; il grosso si ripartiva tra gli spazi di conversazione e i giochi in rete. La consultazione di informazioni, invece, non compariva da nessuna parte. Venticinque anni dopo, è esattamente lì che si sono concentrati i veri progressi.

Dove la medicina ha infine deciso

Il dibattito non è sfociato nel riconoscimento di una «dipendenza da Internet». È sfociato nel riconoscimento, molto più ristretto, di un disturbo legato a un uso preciso:

Classificazione internazionale delle malattie (OMS)Il disturbo da videogiochi vi figura come diagnosi a pieno titolo dall’undicesima revisione, entrata in vigore nel 2022. Tre criteri su dodici mesi: perdita di controllo sul gioco, priorità crescente data al gioco rispetto alle altre attività, prosecuzione malgrado le conseguenze negative — con una compromissione significativa del funzionamento.
Manuale americano (DSM-5)Il disturbo da gioco su Internet vi figura nella sezione «condizioni che necessitano di ulteriori studi»: uno status di attesa, non una diagnosi stabilita.
«Dipendenza da Internet»Non figura in nessuna delle due.

Lo scarto tra le due griglie si misura: applicate a una stessa popolazione, non designano le stesse persone né le stesse proporzioni — le stime di prevalenza variano fino al doppio a seconda dei criteri adottati. È il segno di un oggetto ancora mal stabilizzato, non di un’epidemia.

La domanda giusta non è «sono dipendente?»

Cercare di collocarsi in una casella ha poco interesse, tanto più che la casella in questione non esiste. La domanda utile è quella dello spostamento: di che cosa prende il posto questo uso? Del sonno, dei pasti, del lavoro o degli studi, delle relazioni reali, degli altri svaghi. Quando la risposta è «di niente», non c’è problema, qualunque sia il numero di ore. Quando è «del sonno da sei mesi», il problema c’è — e merita di essere affrontato per se stesso.

I segnali che giustificano il parlarne con un professionista sono gli stessi che per ogni comportamento invadente: la perdita di controllo malgrado la volontà di smettere, la prosecuzione malgrado conseguenze concrete, e la sofferenza. Vedere schermi e usi digitali e la salute mentale.

La lezione di metodo

Questa storia è diventata un caso di scuola, insegnato per se stesso. Mostra come una categoria diagnostica possa nascere senza dati, diffondersi attraverso i media piuttosto che attraverso la ricerca, essere stabilizzata da chi ha interesse alla sua diffusione, e sopravvivere decenni alla propria confutazione. Il riflesso che raccomanda vale ben oltre Internet: chiedersi chi ha prodotto il criterio, su quale campione, e che cosa vende questa persona.

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