Ghosting: il disagio di chi sparisce

Tre studi di Berkeley e Cambridge: chi smette di rispondere sta spesso peggio di quanto l’altro immagini.

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La notizia in breve

Tre studi di ricercatori di Berkeley e Cambridge (più di 1.100 partecipanti) mostrano che chi subisce il ghosting sottovaluta il disagio di chi smette di rispondere, soprattutto quando il silenzio non era voluto. Una risposta brevissima, come «scusa, ora non posso parlare», basta a ridurre il malinteso.

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Il disagio di chi tace, provato e immaginatoStudio 1: chi tace, vissuto : 2.27; Studio 1: ghostati, stima : 1.56; Studio 2: silenzio, chi tace : 3.23; Studio 2: silenzio, ghostati : 1.94; Studio 2: frase, chi scrive : 2.33; Studio 2: frase, destinatari : 1.82 Studio 1: chi tace, vissuto2,27 punteggio su 5 Studio 1: ghostati, stima1,56 punteggio su 5 Studio 2: silenzio, chi tace3,23 punteggio su 5 Studio 2: silenzio, ghostati1,94 punteggio su 5 Studio 2: frase, chi scrive2,33 punteggio su 5 Studio 2: frase, destinatari1,82 punteggio su 5
Il disagio di chi tace, provato e immaginato Chi aspetta sottovaluta il disagio di chi non risponde, e il divario si riduce quando viene inviata una frase breve (scala da 1, per niente a disagio, a 5, estremamente a disagio). (Li et al., 2026)

Cosa dice lo studio

Sophia Li e Juliana Schroeder, della Haas School of Business di Berkeley, e Coral Zheng, della Judge Business School di Cambridge, hanno pubblicato online il 31 agosto 2026 tre esperimenti sulla rivista Personality and Social Psychology Bulletin (Li et al., 2026). La loro domanda: quando qualcuno smette di rispondere, chi aspetta intuisce che cosa prova chi tace?

Abbiamo letto l’articolo per intero, nella sua versione accettata resa ad accesso libero dall’Università della California. I ricercatori vi adottano una definizione ampia: un silenzio inspiegato che almeno uno dei due pensa possa essere definitivo, dimenticanze e silenzi temporanei compresi.

I tre esperimenti

Il primo, condotto nel 2023, ha coinvolto 195 adulti reclutati online, estratti a sorte per raccontare o l’ultima volta in cui non avevano risposto a qualcuno (101 persone), o l’ultima volta in cui qualcuno non aveva risposto a loro (94 persone) (Li et al., 2026). Si trattava di conoscenti o amici, né sconosciuti né persone molto intime. Su una scala da 1 a 5, chi aveva taciuto si diceva a disagio a 2,27, mentre chi era stato ignorato lo immaginava a 1,56 (Li et al., 2026). I ghostati sottovalutavano il senso di colpa, la tristezza e anche il sollievo di chi aveva taciuto. Il divario cresceva quando il silenzio era piuttosto accidentale: 2,62 contro 1,50 (Li et al., 2026).

Il secondo, condotto nel 2025, ha fatto immaginare a 601 adulti uno scambio con un amico ancora poco conosciuto (Li et al., 2026). Ciascuno leggeva due versioni: l’amico non risponde affatto, oppure scrive soltanto «scusa, ora non posso parlare». Di fronte al silenzio, chi taceva si immaginava a disagio a 3,23, e chi aspettava lo credeva a 1,94; con la frase breve, il divario si riduceva a 2,33 contro 1,82 (Li et al., 2026). La frase breve cambiava anche l’interpretazione: il 57,7% di chi la riceveva pensava che l’altro avesse semplicemente poco tempo, contro il 34,3% di chi non riceveva nulla (Li et al., 2026). Secondo gli autori, chi aspetta si rimprovera allora meno il silenzio.

Il terzo, condotto nel 2024, ha messo in contatto 229 coppie di sconosciuti per una conversazione scritta di otto minuti (Li et al., 2026). Uno dei due poteva poi saltare la seconda conversazione senza avvisare, mentre l’altro lo aspettava per cinque minuti. L’analisi riguarda le 175 coppie in cui c’è stato silenzio, ovvero 350 persone (Li et al., 2026). Sorpresa degli autori: stavolta nessuna sottovalutazione globale, 3,26 contro 3,35, una differenza non significativa (Li et al., 2026). In compenso, chi aspettava credeva l’altro molto più ostile nei suoi confronti di quanto fosse, 3,41 contro 2,29 (Li et al., 2026). Quando entrambi giudicavano davvero il comportamento come ghosting, la sottovalutazione tornava: 3,93 contro 3,51 (Li et al., 2026).

I numeri da ricordare

I tre studi totalizzano 1.146 persone analizzate (Li et al., 2026). La scala del terzo studio andava da «estremamente bene» a «estremamente male», il che impedisce di confrontare le sue medie con quelle degli altri due. Nel terzo studio, chi si era eclissato definiva il proprio gesto ghosting meno di chi aspettava, 2,56 contro 3,06 su 5 (Li et al., 2026). E più lo vedeva così, più si sentiva a disagio.

Come leggere questi risultati

Gli autori riconoscono diversi limiti. Tutti i partecipanti vivevano negli Stati Uniti, e le culture differiscono nel gusto per la franchezza o per il giro largo (Li et al., 2026). Le situazioni studiate riguardano soprattutto inizi di relazione e scambi brevi, non la fine di una lunga storia d’amore. Nell’esperimento dal vivo, ciascuno sapeva probabilmente di non rivedere mai l’altro, e chi aspettava sapeva che il suo interlocutore poteva non tornare. Il ruolo della percezione del ghosting, non previsto in anticipo, richiede una conferma.

I dati sono soprattutto dichiarativi, ricordi o reazioni immaginate. E sono medie: non dicono che la persona che vi ha lasciato senza notizie provi necessariamente senso di colpa. Può non provarne alcuno.

Infine, questi esperimenti mostrano un divario di percezione, non una regola morale: non giustificano la sparizione con il pretesto che anche chi se ne va soffre.

Cosa cambia per chi legge

Per chi aspetta, lo studio offre una chiave di lettura, non una promessa. Sapere che il silenzio si accompagna spesso a un disagio nell’altro e che, nell’esperimento dal vivo, questi giudicava l’altro meno severamente di quanto si credesse, può aiutare a non leggerlo come un verdetto su di sé. Ma la vostra serenità non deve dipendere dai suoi rimpianti.

Per chi non risponde più, Coral Zheng consiglia, su PsyPost, di inviare una risposta breve prima di tacere. Quali elementi di questa frase contino di più, scusa, spiegazione o promessa di tornare, resta da studiare, dicono gli autori. Nulla obbliga a rispondere quando ci si sente insicuri o sotto pressione: interrompere i contatti può allora proteggere.

Due persone che non si parlano più vivono spesso silenzi molto diversi. Una immagina l’indifferenza, l’altra a volte si dibatte con l’imbarazzo. Una parola breve non risolve tutto, ma può evitare che ciascuno inventi da solo la risposta.

Cosa aggiunge la nostra pagina di approfondimento

La nostra pagina di approfondimento completa questa constatazione con un quadro della pratica. Distingue lo slow fade, in cui le risposte si diradano fino a scomparire, il breadcrumbing, che alimenta l’interesse con qualche messaggio senza proporre nulla, e l’orbiting, in cui si è scomparsi dalle conversazioni ma si guardano ancora le vostre pubblicazioni. Spiega perché si sparisce: evitare un rifiuto sgradevole, investire poco dopo qualche messaggio, portare avanti più conversazioni contemporaneamente, o avere paura dopo un messaggio insistente, caso in cui interrompere è la risposta giusta. Per chiudere da sé una relazione, propone un messaggio di una trentina di secondi in tre elementi: un ringraziamento, una frase chiara e nessuna porta socchiusa. Ricorda infine che si può interrompere senza spiegazioni di fronte a insulti, minacce o a una richiesta di denaro. Tutto questo è nella pagina sul ghosting.

Per approfondire

Questa notizia fa parte di un tema più ampio, che la nostra pagina Il ghosting tratta nel dettaglio.

Leggi la pagina: Il ghosting

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Testo preparato con un'intelligenza artificiale, riletto dalla redazione di AffectionPlus (metodo: Chi siamo). Un errore? Scriveteci.

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